Sempre più artisti mi chiamano e mi dicono: “Mi hanno truffato”
“Mi hanno truffato” è una delle frasi che sento più spesso dagli artisti, quando parlano di etichette, agenzie, distributori o realtà che offrono servizi musicali.
E ogni volta, prima di rispondere, faccio sempre una cosa: mi fermo.
Perché “truffa” è una parola importante e non va mai usata con leggerezza.
Allora chiedo: che cosa ti hanno promesso?
Che cosa ti hanno fatto pagare?
Che cosa era scritto nel contratto che hai firmato?
Che cosa è stato effettivamente erogato?
Perché se hai pagato un servizio, quel servizio ti è stato spiegato con estrema trasparenza, è stato svolto con professionalità e non ti era stato garantito un risultato che poi non è arrivato, probabilmente non sei stato truffato.
Magari hai fatto una scelta poco consapevole.
Magari ti sei affidato alla persona sbagliata per te.
Magari hai pagato troppo.
Magari il servizio non era adatto al tuo momento.
Magari ti aspettavi un risultato che nessuno avrebbe potuto garantirti.
Ma non tutto questo è automaticamente una truffa.
Il discorso sull’etichetta indipendente, per esempio, va capito bene.
Una major può permettersi di investire cifre importanti su un artista, perché spesso ha una struttura, ha cataloghi, ha edizioni, ha quote sui master, ha accordi, ha una macchina industriale e un ritorno economico possibile.
Un’etichetta indipendente, invece, nella maggior parte dei casi, non ha quel tipo di forza.
Se lavora con un artista emergente che non ha ancora numeri, pubblico, mercato, storico di ascolti o una base solida, il margine reale sulle royalties è spesso molto molto basso.
Quindi la domanda da farsi è: che guadagno avrebbe quell’etichetta a investire migliaia di euro su un progetto che in quel momento non ha ancora un ritorno minimamente prevedibile?
Questo non significa che l’etichetta abbia sempre ragione, anzi.
Significa che bisogna distinguere.
Se ti fanno pagare un servizio chiaro, spiegato, tracciabile, con costi dichiarati e attività realmente svolte, non siamo necessariamente davanti a una truffa.
Se invece ti vendono playlist finte senza dirtelo, stream comprati senza dirtelo, risultati gonfiati senza dirtelo, promesse irrealistiche, numeri artificiali o formule presentate come crescita reale, allora il problema esiste eccome.
E lì non si tratta più di un servizio.
Si tratta di una pratica scorretta.
La differenza è tutta qui: la consapevolezza.
Un artista può anche decidere liberamente di pagare determinati servizi, ma deve sapere che cosa sta comprando, sempre.
Deve sapere se sta pagando promozione, ufficio stampa, cartolina digitale alle radio, social media manager, consulenza, campagne ADV, pubbliredazionali o altre attività.
Deve sapere cos’è organico, cos’è commerciale, cos’è garantito, cosa non lo è, cosa può essere misurato e cosa invece dipende da fattori esterni che nessuno può prevedere.
Perché il vero problema, molto spesso, non è il costo.
È la mancanza di chiarezza da una parte e la mancanza di voglia di informarsi dall’altra.
Un servizio può costare poco ed essere scorretto.
Può costare tanto ed essere corretto.
Può essere inutile per un artista e utile per un altro.
Può essere stato (volutamente o meno) spiegato male oppure compreso male.
Ma prima di dire “mi hanno truffato”, bisogna guardare i fatti.
C’era un accordo?
C’era una mail?
C’era un preventivo?
C’erano le attività dichiarate?
Sono state fatte?
Sono state deliverate?
C’erano risultati garantiti?
Quei risultati erano realistici?
Sono arrivati?
Questo è il lavoro che un artista dovrebbe imparare a fare prima di spendere anche un solo euro.
Leggere.
Chiedere.
Capire.
Informarsi.
Pretendere chiarezza.
Fornire chiarezza.
E non farsi aspettative irrealistiche.
Perché la tutela non deve arrivare dopo, quando ormai si è arrabbiati.
La tutela è la prima cosa.
E ci si tutela facendo le domande giuste e soprattutto informandosi.
Perché lo ripeterò sempre: se vuoi che la tua musica diventi il tuo lavoro, e questa cosa nessuno te la può garantire, devi iniziare a trattarla da tale.
Prima di accusare qualcuno di averti truffato, chiediti se quello per cui hai pagato è stato erogato.
E prima di vendere qualcosa a un artista, chiediti se glielo hai spiegato in modo abbastanza chiaro da permettergli di scegliere con consapevolezza.
Perché la trasparenza non serve a evitare le domande.
Serve a evitare gli equivoci.