Perché “esce il mio singolo” non basta quasi mai

Un equivoco torna ciclicamente, soprattutto tra gli artisti che stanno iniziando a costruire un percorso credibile: l’idea che la comunicazione sia qualcosa di automatico, quasi meccanico.

Esce un brano, si invia un comunicato (magari uguale per tutti, cambiando, si spera, solo il nome dell’artista e il titolo del progetto), si attende una risposta. Se la risposta non arriva, la responsabilità è sempre di qualcun altro.

In realtà, la questione è ben diversa.

Per poter comunicare, serve qualcosa da poter comunicare.
E per poterlo fare con organi di stampa e informazione, serve una notizia.

Ed è qui che iniziano le incomprensioni.

La notiziabilità non è un talento nascosto, ma una relazione.

Molti artisti partono da una convinzione sbagliata: se nel loro progetto non c’è nulla di notiziabile, allora significa che il progetto non vale abbastanza.

Non è così.
Se pensi che nel tuo progetto non ci sia nulla di notiziabile, ti assicuro che è un’ipotesi rara.
Molto più spesso, la notizia c’è, ma non è stata ancora individuata.
A volte, serve solo andare in profondità per trovarla.
Senza inventare nulla, senza voler trovare collegamenti insensati.

La notizia, però, non è un oggetto fisso, immutabile.

Non è una qualità assoluta del brano o dell’artista.
È una connessione tra ciò che racconti e chi dovrebbe ascoltarti, o raccontarti.

Ed è una connessione, una relazione, che cambia a seconda del contesto, del momento, dello spazio editoriale, della sensibilità di chi sta dall’altra parte.

Il pubblico non cerca prodotti, cerca storie

Il pubblico ha fame di storie in cui potersi identificare.
Ha fame di verità, di racconti che possano emozionare, ispirare, far sorridere o commuovere.
Anche di storie polarizzanti e divisive, purché abbiano un senso e ci riportino a noi stessi.

Questo vale per chi ascolta musica, ma vale anche per chi la racconta.

Un giornalista non sta cercando “un altro singolo”.
Sta cercando una storia che abbia un motivo per essere raccontata oggi, nel suo spazio, al suo pubblico.

Quando questo passaggio non è chiaro, la comunicazione si riduce a una richiesta implicita di attenzione: parla di me perché esisto.

Ma l’esistenza, da sola, non è una notizia.

I giornalisti non sono il problema

Questo è un punto su cui vale la pena essere molto diretti, anche se può essere fastidioso.

I giornalisti non sono cattivi se non parlano di te.
Non cercano solo il clickbait (quelli che lo fanno sono la minoranza).
Se non ti pubblicano, è perché stai comunicando qualcosa di scarso interesse per loro.

Non è una condanna.
È un’informazione.

Significa che quello che stai proponendo non dialoga con il loro lavoro, con la loro linea editoriale, con ciò che stanno raccontando in quel preciso periodo.

Attribuire tutto a un sistema “chiuso”, “ingiusto” o “corrotto” è un espediente che non aiuta a crescere.

Molto più utile chiederti

sto offrendo davvero una storia che abbia senso per questa testata?

La notizia per voi non è la notizia per gli altri

Parliamoci proprio chiaramente: il fatto che esca il tuo nuovo singolo è una grande notizia per te, ma non lo è per chi (ancora) non ti conosce.

Ed è qui che molti progetti si fermano.

Perché non fanno questo passaggio mentale: uscire da sé stessi e guardarsi dall’esterno.

Per chi non ti conosce, non sei “l’artista che torna dopo due anni”, non sei “quello che ha finalmente detto quello che voleva dire”.

Sei, semplicemente, un nome nuovo dentro un flusso già saturo.

La comunicazione serve proprio a questo: a fare da collante, a creare notiziabilità e contesto, non a chiedere attenzione sulla fiducia.

Angolazioni, scelte, rinunce

Un progetto può avere più angolazioni possibili, più storie raccontabili.
Ma ce ne sarà sempre solo una idonea per quello specifico giornalista o media.

Gli altri angoli potranno essere adatti ad altre testate, ad altri spazi, e andranno utilizzati in maniera strategica per far parlare di sé da altre prospettive.

Questo significa una cosa molto concreta: non tutto va mandato a tutti.

E non tutto va mandato subito.

Parte del lavoro, quello che spesso non si vede, sta proprio nel scegliere cosa non raccontare, nel rimandare, nel capire quando un progetto ha bisogno di maturare prima di essere esposto.

È un lavoro che richiede ascolto, competenza, e anche la capacità di dire dei no.

Capire cosa raccontare (e a chi) è il vero snodo

La chiave sta nel capire quale storia raccontare, a chi raccontarla e in quali termini, tempi, parole e/o formati.

Non esiste una formula valida per tutti.
Esiste un lavoro di lettura, di interpretazione, di posizionamento.

Quando questo lavoro viene fatto bene, la comunicazione diventa una proposta editoriale sensata.

E in quell’equilibrio un progetto inizia, davvero, a essere ascoltato.